fotografia, pensieri

Strappare

Strappare una foto, un atto fisico, violento. Strappare per cancellare, strappare per dividere. Una foto stampata assume una sua sacralità, diventa oggetto, un oggetto manipolabile.

Ritrovarsi tra le mani una stampa e prendere la decisione di strapparla con un gesto, un gesto forte, è diverso. Rabbia, rancore, gelosia, tutto è compreso in quel gesto. O ancora, strapparla per dividerla, per conservare la parte “buona”, quella che non si vuole dimenticare. E spesso siamo noi quelli che vogliamo conservare, è l’”altro” che va escluso, occultato per sempre, gettato nella spazzatura.

La materia ci da la possibilità di accartocciare, stropicciare, bruciare, scarabocchiare, graffiare.

Con l’arrivo del digitale disfarsi di una foto è diventato un gesto innocuo, incruento, quasi del tutto indolore, superficiale, senza peso. È qualcosa che non lascia una traccia emotiva, o la lascia per pochi istanti. Frutto di una rabbia “rapida”, istantanea, non maturata. E la nostra traccia mnemonica sembra seguire il destino del file. Cancellata.

Il digitale crea l’illusione di una vita reale. Buttiamo le foto (nell’icona del cestino), le ritagliamo (con un software). Sui social non si contano foto profilo o altre immagini in cui sul soggetto è rimasta sulla spalla una mano, una mano di una persona non più desiderata, di troppo, ritagliata via.  Il computer è asettico, l’operazione pulita. Ed è definitiva. Le informazioni perse, per lasciare posto ad altro, un’altra foto, un testo, un video, un mp3.

Siamo abituati a perdere migliaia di foto ad ogni cambio di cellulare, migliaia di foto ad ogni rottura di hard disk, il dolore c’è ma spesso è relativo e la rassegnazione dopo pochi giorni scompare.

Con la stampa no. Posso ripensarci, pentirmi del gesto, andare a recuperare i frammenti nel cestino della spazzatura, riunirli con il nastro adesivo, ricostruire.

Ho visto album di matrimonio buttati in soffitta, in cantina, nel più oscuro dei ripostigli. Le foto sbiadite e contorte dall’umidità. Era arrivato il tempo delle seconde nozze, meglio occultare, dimenticare. Ma non c’era il coraggio di buttare.

Testo © Francesco De Napoli / 2018

Archivio Francesco De Napoli
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